Una Chiesa aperta in dialogo con il mondo: grazie a “Il Ticino”!

di Paolo Montagna


Caro direttore,

mi permetto di scriverti due parole semplicemente per dirti grazie. So bene che chi nel suo piccolo cerca di fare qualcosa di buono per la Chiesa e la società si espone spesso a un coro di critiche ma molto raramente riceve qualche apprezzamento. E allora non voglio lasciarmi scappare l’occasione di ringraziare te e “il Ticino” per una bella iniziativa che avete promosso con mons.Vescovo e la Diocesi.

 

Mi riferisco al convegno sulla comunicazione religiosa, organizzato sabato 24 gennaio in occasione della festa di S.Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Vi ho partecipato per puro interesse e piacere, per la curiosità di sentire gli interventi dei relatori, il giornalista Mocellin dell’”Avvenire” e il direttore Moser de “La Provincia Pavese”, e soprattutto – non nego – per risentire ancora una volta dal vivo la brillantezza e la vivacità del “giovanissimo” ultra90enne vescovo mons.Bettazzi.

 

Beh, non solo ne è valsa la pena in termini di arricchimento personale (e non solo per me… c’erano alcuni studenti di liceo appassionati di giornalismo che faranno uno stage a “Il Ticino”, felici di aver vissuto una bellissima esperienza!). Ma soprattutto è stata una sorpresa positiva che ha superato ogni attesa!

 

Ho respirato un’aria fresca e frizzante, di una Chiesa che vive e si confronta con il mondo standoci profondamente immersa, e di operatori del giornalismo e dei media che sanno dialogare con la Chiesa per capire il mondo, cogliendo il bene e la positività della presenza ecclesiale nelle realtà sociali.

 

Lo si è visto bene nella “storia vissuta” della comunicazione religiosa che ha raccontato Guido Mocellin, spiegando, anche con arguzia e ironia, come negli ultimi 50 anni la Chiesa abbia rovesciato totalmente la sua capacità e volontà di comunicazione verso l’esterno, passando dalla “totale chiusura” dei segreti più impenetrabili delle mura vaticane alla “totale apertura” della trasmissione in diretta e in mondovisione di tutti i grandi eventi, in particolare i viaggi all’estero dei papi, dove ora il Vangelo viene portato alle persone, che lo ricevono nel proprio Paese con l’emozione e la partecipazione popolare che ben conosciamo da tantissimi eventi, ultimo tra tutti il recente viaggio nelle Filippine di papa Francesco. Un tempo cardinali e vescovi erano riservatissimi, come a conservare gelosamente un tesoro loro affidato; ora la Chiesa si offre al mondo spalancandogli le porte, condividendo tutto di sé, perché non è “altro” dal mondo stesso, e nel mondo vuole e deve vivere, e con il mondo dialogare, come le ha chiesto Gesù.

 

Lo ha ben capito il direttore Alessandro Moser, che – da laico qual è, nel significato corrente e non ecclesiale del termine – ha colto nella presenza e nell’azione della Chiesa una ricchezza preziosa per l’intera società, in particolare nelle realtà di provincia che costituiscono l’ossatura della società stessa dalle nostre parti. E questo lo ha notato in anni e contesti molto diversi nei quali si è trovato a vivere e a lavorare da giornalista: Treviso, Reggio Emilia, Pavia, cioè Veneto, Emilia e Lombardia, tre regioni diverse dello stesso Nord Italia. Moser ci ha raccontato, argomentando gli episodi accaduti e cogliendone un senso profondo e non superficiale, come la Chiesa abbia saputo interpretare profondamente, e denunciare profeticamente anni prima degli altri, tutti i rischi di disgregazione sociale del tessuto delle nostre comunità insiti nella crisi economica e nella globalizzazione selvaggia, facendosene carico e stando vicina alle persone, in particolare a quelle colpite da scelte dissennate come centinaia di licenziamenti, compiute per pura avidità di denaro. Insomma, la Chiesa sa davvero vivere “nel” mondo senza essere “del” mondo, come già diceva il suo Signore.

 

E mons.Bettazzi ha spiegato tutto questo da par suo, andando a quella che per lui è la vera luce che ha illuminato la storia della Chiesa nel mondo di oggi: il Concilio Vaticano II, che lui ha vissuto da giovane vescovo come l’esperienza più forte della sua vita e che non si stanca di raccontare con la passione e l’entusiasmo di allora (barzellette e aneddoti compresi!).

 

Il Concilio si concludeva 50 anni fa, nel 1965, e davvero ora possiamo dire che è stato una sorta di spartiacque per la vita della Chiesa, che ha diviso un “prima” da un “poi”, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione e il dialogo con il mondo. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.”: questo incredibile inizio della “Gaudium et Spes” sembra scritto oggi, più attuale che mai! Quel Concilio che sembrava appassito, congelato in un lungo inverno, oggi – inutile negarlo – con la Chiesa di papa Francesco (iniziata con il gesto eclatante delle dimissioni di papa Benedetto!) sta vivendo una nuova primavera, sta rimettendo fiori che porteranno nuovi frutti. Pensiamo ad esempio al recente Sinodo straordinario sulla famiglia, e a quello che ci attende in autunno… che bello vedere la Chiesa affrontare i nostri problemi con lo spirito del Concilio, in tutta trasparenza, coinvolgendo il popolo che la costituisce nella comunione!

 

Ero partito dal “grazie” per un bel convegno organizzato dal nostro “Il Ticino”, e poi mi sono lasciato andare a pensieri e sogni sulla Chiesa, su quella Chiesa aperta che tanto appassiona me e tante persone, e che il papa ci indica con parole e segni chiarissimi e fortissimi ogni giorno.

 

Questa Chiesa aperta ha bisogno veicoli adatti per arrivare al mondo, per parlare con tutti, per raggiungere tutti e farsi carico di problemi, aspettative, “gioie e speranze, dolori e angosce” di tutti. I mass-media, i giornali, quelli online ma anche quelli di carta (che belli, i giornali di carta!) sono veicoli di dialogo, di confronto, di arricchimento. Magari saranno anche in crisi, magari anche in perdita. Però non spegniamoli, non chiudiamoli: il dialogo Chiesa-mondo non ha prezzo, non si compra a un euro e qualcosa, vale ben di più! Se spegniamo i mezzi che abbiamo, a chi poi affideremo la nostra voce? E se a Pavia ci capiterà di sognare una Chiesa bella, a chi racconteremo questo sogno, se non alle pagine del nostro giornale?

 

Grazie, “Il Ticino”, e avanti così!

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