Tolleranza oggi: la nostra fede alla prova del “mondo”

di Paolo Montagna


Anche in questo Santo Natale le cronache internazionali ci lasciano sconcertati per le persecuzioni che colpiscono i cristiani in diverse aree del mondo.

Noi abitanti del mondo “tollerante” dobbiamo senz’altro pregare per questi      fratelli, e quando possibile sostenerli materialmente, ma c’è un servizio al quale siamo chiamati e che non possiamo delegare.

Proprio in quanto liberi di professare la nostra fede, ma in un mondo globalizzato, nel quale i credenti di altre fedi – che possono abitare lontano ma anche di fronte a noi – ci giudicano, siamo tutti tenuti ad una particolare testimonianza.

I fedeli islamici, ma anche di altre religioni, devono infatti vedere che siamo in grado di professare serenamente la nostra fede anche e proprio perché non appoggiata alla legge dello Stato.

La Legge può anche arrivare a tutelare come diritti atti che rimangono peccati gravissimi come l’aborto, ma noi dobbiamo essere in grado di rendere ragione delle nostre convinzioni, per il bene di tutti, senza tentare, neanche a parole, di imporle con la violenza, nella piena accettazione della democrazia.

Gli integralismi si sconfiggono non solo perseguendo gli atti illegali come tali ma anche dimostrando la loro inutilità: la fede si rafforza perché le persone sanno renderne ragione, non perché qualcuno la impone con la forza.

Le esperienze inglesi, francesi e di altri che hanno tentato di costruire una società più tollerante limitando le manifestazioni pubbliche delle religioni hanno prodotto per reazione un più alto numero di guerriglieri fanatici.

Per questo gli islamici tra noi hanno più bisogno che mai del presepe, come di vedere fedeli cristiani che vivono con serenità la propria appartenenza, per capire che è possibile non confondere il Natale con i panettoni; se l’esito della tolleranza è la perdita del senso, la tentazione di difendere l’identità anche con la violenza diventa più forte.

I tentativi più o meno ingenui di imporre anche da noi un laicismo apparentemente incolore, ma che rischia di essere esso stesso un nuovo integralismo, devono allora essere sì contrastati, ma contrastati con la serenità evangelica di chi sa ascoltare le ragioni degli altri perché non ha paura di mettere in discussione le proprie.

Chiediamo quindi con fermezza che la nostra fede sia rispettata in tutto il mondo. Ma lo possiamo fare in modo credibile proprio perché accogliamo il bisogno degli altri di praticare la loro. Questa è l’unica reciprocità che ci fa crescere.

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