Scienza e fede: ancora in alternativa? E quale responsabilità?

di Paolo Montagna, pubblicato sul Ticino del 23 giugno 2018


Caro direttore,

prendo spunto da alcuni recenti interventi di don Matteo Zambuto (in particolare “Credere in Dio o nella Scienza?” dello scorso 25 maggio) per provare a fornire qualche piccolo contributo personale, non tanto per competenza quanto per esperienza, su questa questione così annosa e delicata.

Don Matteo cita un sondaggio, pur piuttosto datato, che avrebbe evidenziato un tasso di notevole indifferenza religiosa tra gli uomini di scienza e in particolare i fisici, nonostante non manchino certo esempi di scienziati credenti o almeno aperti al trascendente.

Io sono un fisico, ho molti amici e colleghi fisici, e per esperienza mi sento di dire una cosa: tra persone “di scienza” ho spesso trovato convinti credenti e atei convinti, mentre difficilmente ho trovato persone tiepide o indifferenti alla questione religiosa (mentre questo atteggiamento mi sembra piuttosto diffuso tra persone di altra estrazione). Mi sono chiesto spesso perché, e negli anni mi sono convinto che proprio il metodo di indagine tipico della scienza può aiutare chi è disponibile ad accogliere il dono della fede. La fede – lo sappiamo – non chiede certo di rinunciare alla ragione, ma di accettare che essa si apra a un mistero più grande, dopo aver indagato secondo tutte le sue possibilità (il metodo scientifico!) la realtà.

Oggi nessuna persona ragionevole di media cultura potrebbe accettare razionalmente l’idea che l’universo sia stato creato in sei giorni e il sesto giorno sia comparso l’uomo. Eppure nessun ragionevole credente ha difficoltà ad accettare che il racconto della creazione che leggiamo nella Genesi sia una narrazione (incredibilmente meravigliosa! posso dire geniale? e quindi veramente ispirata da Dio?) che esprime, con un linguaggio tipico di una cultura e di un tempo passato e comprensibile a tutti, l’intervento creatore di Dio che scientificamente attribuiamo al Big Bang, da cui è seguita la formazione dell’Universo e della materia così come la conosciamo, e poi l’evoluzione con la nascita della vita sulla Terra (e forse non solo) e del genere umano.

Se accettiamo esempi come questo, la presunta alternativa tra scienza e fede si rivelerebbe davvero fasulla e inconsistente: semplicemente, scienza e fede utilizzano metodi di indagine diversi, ciascuno legittimo nel suo ambito. La scienza è libera di indagare con il proprio metodo scientifico, sapendo che non arriverà a comprendere il senso della realtà anche quando ne comprendesse appieno gli aspetti fisici; la fede (o forse la teologia) è altrettanto libera di esprimere il mistero di un Dio che crea la storia ed interviene in essa direzionandola a un bene assoluto e definitivo, la nostra salvezza.

Tutto qui? Nulla di nuovo. Eppure… eppure rimane sempre un po’ di amaro in bocca nel sentire riproporre sempre questi ambiti come quasi contrapposti, come se un vero uomo di scienza non potesse essere credente, o come se un credente non potesse ragionare con metodo scientifico. Confesso di essermi più volte sentito a disagio tra colleghi (non molti, spero) che ancora tendono a pensare che un uomo di scienza credente sia uno che abdica alla razionalità; e altrettanto a disagio tra fratelli nella fede (non molti, spero) che ancora tendono a pensare che per credere non è necessario – o è addirittura dannoso! – ragionare.

Ma poiché vedo che (in pieni anni Duemila! con la rapidissima accelerazione intellettuale e tecnologica di questi ultimi decenni) ci si pone ancora la questione se “credere in Dio O nella Scienza” (cito il titolo dell’intervento di don Matteo) e si fatica a porre la questione nei termini “credere in Dio E nella Scienza”, mi interrogo anche sulle responsabilità di questo. Certamente noi uomini di scienza abbiamo molte responsabilità, nell’aver troppo a lungo e ostinatamente assolutizzato il progresso scientifico e tecnologico senza vederne e capirne il limite intrinseco, facendo indebitamente della scienza “un altro dio”. Ma altrettanto certamente, a mio parere, anche noi cristiani abbiamo molte responsabilità, nell’aver insistito fin dal catechismo su una fede vissuta in aspetti devozionali e in pratiche religiose non sufficientemente argomentate e spiegate, fino a farle diventare riti quasi “magici” che si sovrappongono alla vita escludendone ogni interpretazione reale. Col pessimo risultato di creare di fatto un rifiuto della fede nella maggior parte dei ragazzi e dei giovani già dall’adolescenza (appena si entra nell’età “della ragione”, cioè appena ci si pongono – doverosamente! – i veri dubbi esistenziali).

Ricordo bene un ragazzo di 18 anni, molto intelligente e sveglio, che mi disse: “ma prof, è evidente che tutto ciò che c’è scritto nella Bibbia a proposito della creazione del mondo è una favola, nessuno potrebbe credere a cose del genere! E quindi non c’è nessuna possibilità che un uomo di scienza e di cultura possa davvero avere fede: uno scienziato DEVE essere ateo!”. Ricordo la mia tristezza, che è quella di oggi. Il problema qui non è la cosiddetta alternativa tra scienza e fede, è una educazione religiosa assolutamente sbagliata fin dal principio! Questo ragazzo – e chissà quanti come lui – non è stato aiutato a pensare la fede come la vita, a ragionare allo stesso modo, e ha separato i due ambiti ritenendoli inconciliabili. E questa è una grossa sconfitta per la nostra Chiesa di questi anni! Non riesco a non pensare che io – giovane negli anni ’80, gli anni del post-Concilio – sono stato sempre ben “allenato”, da sacerdoti ed educatori bravissimi, a leggere la Parola nel modo corretto, a interrogarmi sui contenuti della fede, dialogando con chi la pensava diversamente da me e affrontando tutte le tematiche più complesse – fisiche, metafisiche, etiche… – in modo critico. Oggi ho l’impressione che questa fatica del discernimento forse si faccia molto meno, e addirittura si capisca molto meno: si vuol distinguere subito bene e male, giusto e sbagliato. E anche – ahimé – fede e ragione, con un notevole salto all’indietro a tempi ben più oscuri. Forse serve un po’ di autocritica da parte di noi educatori cristiani, e una brusca e repentina “sterzata” nei contenuti e metodi della trasmissione della nostra fede: bisogna insegnare ai giovani – non dalla cattedra, ma testimoniandolo con la nostra vita – che la fede va pensata, ogni giorno, con fatica, nella complessità del reale.

Mi hanno sempre tanto colpito queste parole del card.Martini: “Io chiedevo non se siete credenti o non credenti, ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate»”.

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