COSTRUIAMO LA PACE NON GLI ARSENALI

Gentili ospiti di Aspen Institute Italia,

il vostro scopo, leggiamo dal vostro sito, è identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni, tra Italia e Stati Uniti.

Da tre anni, infatti, vi incontrate qui a Pavia, per suggerire, prendendo spunto da una battaglia del 1525, che il progresso tecnologico applicato agli armamenti è una naturale dinamica dello sviluppo umano e quanto sia importante finanziare adeguatamente la difesa armata.

Non è chiaro, tuttavia, se quello che vi interessa è un’Europa capace di difendersi o semplicemente che compra più armi. L’unica via alla Pace sembra essere per voi la deterrenza.

Siamo consapevoli del fatto che l’idea che sviluppare armi più efficaci per prevalere sul nemico possa garantirci una vita più serena è antica quanto la civiltà, ma questo non significa per forza che sia ancora valida. La Battaglia di Pavia, evento da ricordare più che da celebrare, non è neanche così rilevante in questo percorso.

Non esiste una data certa per l’inizio della corsa agli armamenti, a partire da quando i primi ominidi hanno scoperto di poter usare un osso come clava.

Da sempre, ogni progresso negli armamenti ha portato un’illusione di Pace crollata appena anche “gli altri “  si sono procurati una soluzione uguale o anche più avanzata.

Nella Battaglia di Pavia, la parte Spagnola, nel senso  che appoggiava il Re di Spagna anche se impiegava, come l’avversaria, un gran numero di quelli che oggi definiamo contractors, ha prevalso per un massivo utilizzo delle armi da fuoco che oggi definiamo leggere.

Anche i vostri documenti ricordano il livello di devastazione che questa guerra ha lasciato sul territorio e il fatto che la sconfitta non ha impedito alla parte francese di tornare a Pavia l’anno successivo a compiere altra devastazione.

Riconosciamo anche noi che lo sviluppo di nuove tecnologie belliche ha spesso portato con sé anche invenzioni utili per il tempo di pace. Ma anche la corsa allo spazio ha portato a ricadute tecnologiche interessanti. Esplorare lo spazio, gli abissi oceanici, sconfiggere il cancro, risanare l’ambiente . Ci sono tante sfide per l’umanità, che richiedono ingegno e capitali, senza pensare alla guerra.

Nel seguito, riportiamo alcune considerazioni nate dalla lettura dei vostri rapporti, che evidenziano quello che Papa Francesco, confermato da Leone XIV ci ha insegnato: non esiste una soluzione tecnologica ai problemi nati dall’uso sbagliato della tecnologia.

A maggior ragione, nuove armi non possono portare alla Pace.

Vogliamo Pavia Città di Pace

Da sempre, lo sviluppo di nuove armi ha lo scopo di arrivare prima alla pace e risparmiare sofferenze ai combattenti. Voi stessi riconoscete che non tutto va sempre liscio, inserendo nel vostro rapporto l’esempio dell’invenzione della mitragliatrice, protagonista delle carneficine sui fronti della I guerra mondiale.

C’è tuttavia un punto di svolta di questa storia che andrebbe tenuto più presente per la sua rilevanza per l’oggi.

Negli anni ’40 alcuni tra i più brillanti fisici europei, dovettero emigrare negli Stati Uniti per il crescente clima antiebraico coltivato nel paese allora scientificamente più avanzato, la Germania.

Allo scoppio della Guerra questi scienziati temettero che Hitler potesse sviluppare un’arma basata sulla reazione a catena di fissione liberando così l’energia del nucleo degli atomi.

Non erano nemmeno certi della fattibilità tecnica di una tale arma ma ne temevano così tanto i potenziali effetti da cercare e ottenere l’aiuto del riluttante e anziano Albert Einstein per convincere il governo americano ad intraprenderne la costruzione, prima che potesse farlo Hitler.

Quello che è passato alla storia come Progetto Manhattan non fu solo un’impresa scientifica ma anche una gigantesca impresa tecnologica, con la costruzione di fabbriche e impianti mai neanche immaginati prima, che assorbivano, allora come oggi, una quantità considerevole di risorse.

Lì sono le radici di quel complesso militare industriale che non sappiamo quanto sia al servizio del governo americano o viceversa.

Ricordiamo anche che molti degli stessi scienziati del Progetto Manhattan nutrivano la convinzione, forse un po’ ingenua, che fosse sufficiente dimostrare gli effetti di una tale arma per convincere gli uomini che la guerra non era più praticabile. Fu il comandante militare dell’operazione a chiarire che qualunque arma, per quanto potente, poteva funzionare se poteva essere impiegata più di una volta.

Negli istituti militari, si insegna ancora adesso la differenza tra tattico, ciò che è riferito al campo di battaglia, e strategico, riferito all’intero teatro di guerra.

Esattamente 80 anni fa, due bombe, che oggi definiremmo tattiche, sono state lanciate strategicamente su due città senza particolare importanza militare, solo per dimostrare che la bomba c’era e altre potevano essercene.

L’orrore che ne seguì non fermò la costruzione di ordigni ancora più potenti, sempre a scopo di deterrenza, portando alla situazione attuale.

Definiamo oggi potenze nucleari quelle che hanno una quantità di testate in grado di distruggere alcune volte l’intero pianeta. Queste non possono dichiararsi guerra direttamente, mantengono costosi sistemi organizzativi e tecnici per garantirsi la possibilità di rappresaglia, e continuano a combattersi finanziando i nemici interni dell’altro o paesi terzi, privi di armi nucleari.

Alcuni stati più piccoli hanno creduto che sviluppare l’arma atomica garantisse, dietro la minaccia di una catena di rappresagli che porterebbe alla distruzione della civiltà, un certo rispetto, più che altro da parte degli alleati.

Iran e Israele sono tra questi. L’Iran non ha, almeno secondo le valutazioni della IAEA, armi nucleari ma ha la capacità tecnologica di produrle e da anni prende in giro la stessa IAEA rivendicando il diritto all’uso civile dell’energia nucleare. Non ha mai spiegato quale fine civile abbia la quantità di uranio altamente arricchito che possiede. Israele, d’altra parte ha un numero ignoto di testate nucleari di cui nega proprio il possesso alla IAEA. Per dare il colpo finale al nemico, l’Iran ha fatto sequestrare da Hamas 150 cittadini Israeliani, ebrei e mussulmani. Israele non può lanciare l’atomica su Theran, per timore della rappresaglia dei suoi alleati, e ha quindi scelto di sequestrare 2 milioni di palestinesi e bullizzare tutti gli altri.

La risposta israeliana è talmente sproporzionata da aver perso ogni credibilità internazionale. Oggi abbiamo uno stato con armi nucleari, privo di ogni legittimità, anche agli occhi dei propri elettori.

Anche non considerando le risorse che già si sprecano per mantenere la sicurezza degli arsenali nucleari, il costo del non disarmo è anche l’avvitarsi di queste crisi che alimentano i cosiddetti terroristi (per gli uni) o combattenti per la libertà per gli altri.

Israele e Iran sono due paesi che esportano tecnologia militare di alto livello, ma questo non ha risparmiato la popolazione palestinese né ha protetto quella israeliana. Anche i vostri documenti evidenziano come la sfida tecnologica sia sempre asimmetrica: un drone da poche centinaia di euro potrà sempre impensierire una fregata da milioni di euro.

Attrezzarsi contro queste minacce, anche usando tecnologie già disponibili a livello civile, richiede ulteriori risorse e non è risolutivo.

Nei vostri documenti, ampio risalto viene alla questione dei costi: se nel secolo scorso era fattibile convertire fabbriche per “sostenere lo sforzo bellico” e poi tornare alla produzione di Pace, oggi non si può più. La produzione di armi moderne richiede risorse, tecnologie e competenze che si auto-alimentano , le eventuali ricadute civili sono marginali, anche in termini di occupazione.

La modernizzazione degli armamenti ha anche altre conseguenze, nei vostri rapporti viene menzionata la quantità enorme di dati che devono essere gestiti, il che richiede il ricorso all’intelligenza artificiale, del cui ruolo militare vi occupate diffusamente. Anche in questo caso, si possono accampare finalità buone, l’identificazione sicura del nemico, la riduzione dell’errore umano etc, ma si tratta pur sempre di allontanare dall’uomo la capacità di scegliere delegare alle macchine. Tra l’altro, al momento, l’analisi automatica dei dati è abbastanza separata dalla cosiddetta IA generativa, che cerca di emulare i processi cognitivi e anche creativi umani sulla base di contenuti sulla quale si addestra. Ma quando le macchine avranno anche la capacità di decidere di iniziare un conflitto, saremo ancora più in pericolo.

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente […] ma ha un difetto, ha bisogno di un carrista, diceva Bertolt Brecht; questo difetto sembra in via di risoluzione ma non crediamo sia una cosa positiva.

Un aspetto che i vostri documenti ci sembra trattino marginalmente è poi quello ambientale: quando anche le guerre si dovessero combattere tra eserciti di droni, bisognerà comunque trovare materiali per costruirli, energia per alimentarli, e affrontare gli effetti della dispersione dei prodotti della loro distruzione nell’ambiente.

Questi effetti ricadranno come sempre sui poveri, e, come sempre la popolazione civile subirà i danni maggiori.

L’unico investimento efficace nella difesa è quello che prevede come fine la Pace, disarmata e disarmante.

AZIONE CATTOLICA Pavia, ACLI Provinciale Pavia, Presidio LIBERA Pavia, CARITAS Pavia, Comitato Prov. di Pavia per l’ UNICEF

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