Amare e servire…amare è servire: il potere di un accento!

Trovare un titolo per questo articolo non è stato difficile: quello proposto da suor Azia Ciairano per i due incontri in preparazione dell’Avvento era già perfetto. Sono state proprio due sere intense quelle che l’AC di Pavia ha trascorso stretta attorno a suor Azia, che ci ha guidato in un affascinante percorso sulla strada del servizio. Risulta difficile fare una sintesi, perché tanti sono stati i temi toccati, tutti fortemente ancorati alla Parola. Ed è stato confortante sentirci ricordare le parole di san Bernardo: “Se tu custodisci la parola che ascolti, la Parola custodirà te”. Niente sintesi allora, ma una serie di suggestioni, di riflessioni, maturate dopo un po’ di giorni dall’ascolto. 

Il primo punto che mi piace condividere riguarda una nuova concezione della parola “servo”, che ne ribalta il significato comunemente attribuitole. Chi sono nella Bibbia i servi per antonomasia? Abramo, Mosè, Maria (“sono la serva del Signore”): hanno accolto la volontà di Dio, si sono fidati, sono diventati strumenti della realizzazione del Suo piano. Servo è colui che per amore risponde a una chiamata, ad una missione, quindi servo non è sinonimo di schiavo ma di alleato, e cosa ci può essere di più gratificante che essere alleati di Dio? si è servi perché chiamati, si è servi perché graziati, si è servi per libera offerta, si è servi per amore, si è servi perché Gesù Cristo, il Signore, è servo.

Per il cristiano il servizio è una situazione di disponibilità permanente, che richiede attenzione continua al Signore, ascolto della Sua parola-volontà, senza nessuna pretesa di ricompensa, di premio. Se uno, pertanto, vuole essere discepolo di Cristo deve riprodurre l’esempio di Gesù, diventando come Lui “servo”. Lo specchio in cui dobbiamo confrontarci è quindi Cristo, non noi stessi; se siamo in grado di servire è perché Lui l’ha fatto prima di noi, se facciamo della nostra vita un dono d’amore lo facciamo perché siamo discepoli di Cristo, che sta in mezzo a noi come “colui che serve”. Il rischio che si corre è quello di aver bisogno di essere riconosciuti come benefattori, togliendoci il gusto e la bellezza di essere unicamente servi di Colui che per primo è venuto per servire. Servire non fa diventare grandi, ma “si serve se si è grandi”, mentre chi è mediocre rischia di servire solo per essere considerato grande.  

Se il primo incontro ha avuto come tema fondamentale il concetto di “servo”, il secondo è partito dalla citazione “non vi chiamo più servi ma amici” (Gv 15,15): è una dichiarazione d’amore, un amore che apre il cuore alla fiducia dell’uno verso l’altro e resta tale indipendentemente dalla corrispondenza dell’altro. Siamo quotidianamente chiamati ad essere suoi servi-amici-alleati, ma prima di pronunciare il nostro “eccomi” è necessario l’ascolto: il discepolo è sempre “ascolto e servizio” e proprio perché in continuo ascolto della Parola è pronto ed abilitato a compiere la Sua Parola. L’iniziativa della chiamata è del Signore, ma la responsabilità della risposta è nostra. In Marco la chiamata degli apostoli è accompagnata dalla frase “…perché stessero con lui e per mandarli a predicare”: ecco, dunque, un’altra sfaccettatura del servizio, tanto cara a papa Francesco, quella dei “discepoli missionari”, per i quali la dimensione del servizio è vita. Non solo quindi l’importanza dell’“andare”, ma anche (e prioritaria) quella dello “stare con Lui”, del rimanere in Lui, perché solo così è possibile essere annunciatori di Lui nell’oggi in cui viviamo. Ma quali sono le peculiarità del servizio? Suor Azia ha preso come riferimento una riflessione che Lorenzo Pezzoli (psicologo, docente alla SUPSI nel Canton Ticino) ha fatto su un dipinto raffigurante San Martino, presente nel monastero delle Clarisse a Trevi.  Nell’atto di dividere il suo mantello con un povero, il santo presenta tre atteggiamenti che ci aiutano a meglio definire le caratteristiche del “servizio”: dividere il mantello a metà è condivisione; dare all’altro solo la metà vuol dire non umiliarlo, creando quindi una situazione di reciprocità; chiedere all’altro di reggere il mantello è un segno di coinvolgimento, facendo diventare anche l’altro protagonista.

Servire è un compito che richiede quindi ascolto, preghiera, discernimento, delicatezza, generosità, e l’elenco sarebbe ancora lungo, ma Gesù ci guida in questa strada non con una moltitudine di prescrizioni, bensì rilanciando un unico comandamento: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Dunque “solo” questo ci viene chiesto: AMARE.

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